Ieri, 27 gennaio 2011, Roger Federer ha perso da Novak Djokovic nelle semifinali dell’Australian Open, e Marat Safin ha compiuto 31 anni. Le due cose, direte voi, non hanno alcun tipo di collegamento tra di loro. E invece sì, il collegamento c’è, ed è espresso nel titolo di questo post.
In tutti questi anni, Marat Safin è stato, molto più di un Nadal o di un Roddick o di chiunque altro, il vero alter ego di Roger Federer. Lo Ying del suo Yang, la metà della mela, il negativo della sua fotografia; spiriti e caratteri affini che la vita ha poi portato su percorsi completamente diversi, ma in qualche modo paralleli. E non parlo (solo) di tennis.
Alla fine, Marat è stato tutto ciò che Roger avrebbe potuto essere, e non è, mentre Roger è tutto ciò che Marat avrebbe potuto essere, e non è stato. Ma ci sono molte cose in comune. Entrambi hanno sempre dovuto fare i conti con un talento straordinario da domare e con una testa e una personalità non semplici da gestire.
Nell’immagine generalmente offerta dai media, Roger Federer è il perfetto robottino svizzero, elegante e senza difetti, che non lascia trasparire alcuna emozione. In questa ricostruzione (il più grosso fraintendimento della storia del tennis), l’espressivo e coinvolgente (??) Nadal è perfetto come sua nemesi: l’apollineo contro il dionisiaco, il fioretto contro la sciabola, “l’appassionato machismo dell’Europa del Sud contro l’intricata e distaccata artisticità del Nord” (c’era cascato persino David Foster Wallace, ma a lui lo si può perdonare). Talvolta si aggiunge alla storia la parte relativa ai burrascosi anni giovanili di Roger e al suo improvviso cambiamento di atteggiamento in campo, cominciato – a quanto pare – proprio a seguito di una partita contro Marat, a Roma 2001.
Ma alla storia manca comunque un elemento fondamentale: dieci anni e sedici Slam dopo, in Roger Federer c’è ancora quel briciolo (e più) di follia che lo caratterizzava da ragazzino. La verità è che Roger non è solo apollineo, né è l’apollineo che ha schiacciato il dionisiaco. E’ apollineo e dionisiaco insieme, contemporaneamente. I ricci avranno pure sostituito (grazie a Dio) i più eccentrici capelli ossigenati e il codino, ma lì sotto, dentro quella capoccetta, i pensieri frullano nello stesso modo convulso e le fragilità emergono. Così capita che, dopo essersi fatto annullare un match point in una finale Slam, si immagini la scena del suo avversario che gli porta via la coppa (sì, l’ha pensato davvero, l’anno scorso contro MuzzaPPPR). Robottino freddo e senza emozioni, eh? A me ricorda più che altro il ragazzino che non voleva andare a rete perché si immaginava che lì sotto ci fossero degli squali.
Ieri, nella semifinale contro Djokovic, tutto questo è emerso nuovamente. Perché puoi anche vincere tutto il vincibile, venire da mesi fantastici dove hai giocato alla grande, avere un ottimo allenatore che sembra esserti entrato nel sistema, ma in fondo in fondo quella sottile vena di follia e attitudine alla pippa mentale rimane. Sono servite qualche difficoltà nel torneo (Simon, mavvaff…ehm, scusate…) e un pessimo rendimento al servizio per riportarle prepotentemente a galla. E così Roger ha giocato una partita innanzitutto totalmente priva di lucidità, nonché di decisione e convinzione (senza nulla togliere al suo avversario che è stato pressochè perfetto).
Ecco, più di tutti i trofei e le vittorie, il più grande successo di Roger per me in realtà è questo: essere riuscito a tenere insieme tutti i pezzi della sua personalità e del suo gioco, entrambi assai complessi. Non essersi rassegnato alla carriera da ennesimo “genio e sregolatezza” o “bello e perdente”, a cui ad un certo punto sembrava persino essersi avviato. Essere riuscito nel miracolo di domare il suo talento e la sua testa, probabilmente grazie all’orgoglio, alla forza di volontà e ad un’enorme ambizione (che è invece forse mancata a Marat, per il quale –a differenza di Roger- la vittoria in uno Slam e il numero 1 erano la fine di qualcosa e non l’inizio).
Poiché tutti noi, così come il mondo del tennis e del giornalismo, viviamo di semplificazioni e di stereotipi, anche di Marat è stata spesso fornita un’immagine restrittiva e banale, raffigurandolo come il talentuoso bon vivant, donnaiolo e pazzerello, che perde le staffe. Ma quella del simpatico guascone è un’immagine che gli va stretta: Marat è molto più di una racchetta spaccata. E’ un ragazzo profondo, intelligente, eloquente, che ha sempre approcciato la vita e il tennis con la giusta dose di sarcasmo e quel sorriso ironico di chi (solo apparentemente) sembra indifferente a tutto, ma ha l’intelligenza e la curiosità per interessarsi a ogni cosa. Il suo supposto attuale “erede”, Ernests Gulbis, ha l’irritante caratteristica di fare ogni cosa con ostentata sufficienza, ma Marat non è mai stato così. Le feste, le Safinette, la condizione fisica non sempre da atleta, le partite buttate via non hanno mai significato superficialità o disinteresse. Il fatto che sia un uomo che si gode la vita non vuol dire che la viva senza profondità. Al contrario, ogni cosa in lui era intensa, inclusa la sua consapevolezza di non essere mai riuscito a domare il proprio genio, il proprio talento, la propria testa. Non so se da questa consapevolezza derivasse una qualche amarezza o una qualche sensazione di incompiutezza. Certamente non ho mai creduto lo vivesse con leggerezza. Il giorno del suo ritiro ho sentito qualcuno dire: “Si dice sempre che Safin avrebbe potuto ottenere di più, ma in fondo ha ottenuto ciò che ha potuto, con i mezzi –fisici e non- che aveva.” Non so se sono del tutto d’accordo con quest’affermazione, ma sicuramente mi piace immaginarmi Marat, qualunque cosa stia facendo in questo momento, felice e in pace con se stesso.
Esattamente 6 anni fa, questi due pazzoidi (come altro definire uno che tenta il colpo sotto le gambe sul match point di una semifinale Slam?) giocavano la VERA partita del decennio.
Perciò, domenica mattina, se vorrete divertirvi a guardare due ragazzi, interessanti e geniali, che giocano un tennis sublime sulla Rod Laver Arena, fatevi un favore: lasciate perdere la TV e l’Australian Open 2011, e dedicatevi a del sano, emozionante vintage Fedafin:
:')
RispondiEliminaLa verità. E la nostalgia.
Bellissimo articolo . Davvero . Condivido molte cose ... Solo un'equazione per la mia parte di dissenso ...Gulbis sta a Safin come L'olio di fegato di merluzzo sta alla Nutella ... Comunque piuttosto che vedere Djokovic-Murray me ne vado a messa ...Ho già detto tutto:)
RispondiEliminaperfetto, ogni cosa al suo posto.
RispondiEliminaC'è tanta saggezza in queste parole. ;)
RispondiEliminaGrazie amisci!
RispondiEliminaIo personalmente penso che domattina mi farò una bella dormita!